La chiesa di S.Ermete, storia di una comunità

di Mattia Ferrari

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Sant’Ermete è la chiesa più antica di tutta la Valsugana, nonché l’unica in Trentino ad essere dedicata a questo santo. Essa è situata nel centro storico di Calceranica al Lago, su un rialzo roccioso, dove è stata rinvenuta un’ara dedicata alla dea Diana. Il suo splendore scatta subito all’occhio: un’architettura semplice, poche linee in sintonia con il contesto circostante, soavi, leggere ed armoniose.

È un edificio romanico-gotico che presenta a sud un magnifico portale in pietra rossa e sul suo architrave reca lo stemma dei conti Trapp e la scritta in latino: “L’anno 1512 fu restaurata questa chiesa dai nobili Trapp, Signori di Beseno e Caldonazzo”.

La chiesa è dedicata a Ermete, prefetto di Roma durante il pontificato di Alessandro I (108-117 d.C.), il quale convertì lo stesso Ermete al cristianesimo assieme alla moglie, i figli e più di 1000 schiavi. Nel 112 d.C., l’imperatore Traiano inviò a Plinio – legatus augusti di Bitinia e Ponto – il cosiddetto “rescritto di Traiano a Plinio il Giovane” in seguito al quale i cristiani cominciarono a essere perseguitati. Dall’oriente, dove Traiano era impegnato nella campagna contro i Parti, inviò a Roma Aureliano che, nel 115 d.C., arrestò il prefetto Ermete e lo consegnò al tribuno Quirino che lo fece decapitare assieme ad altri importanti personaggi della Cristianità: papa Alessandro, Evenzio, Teodulo e una decina di senatori. Ermete fu quindi seppellito nel cimitero di Bassilla, sulla Via Salaria Vecchia.

L’ara della Dea Diana, in calcare bianco, viene citata in “Storia del Concilio di Trento” di Mariani (1673) e la scritta che su di essa campeggia è riportata anche dallo storico tedesco Christian Matthias Theodor Mommsen (1817-1903) in uno dei volumi del “Corpus inscriptionum latinarum”. Gli studiosi moderni sono concordi nel ritenere che la scritta sia stata ripassata nel corso dei secoli per ovviare all’usura, ma alterando alcuni caratteri, tant’è che oggi l’interpretazione è dubbia e difficoltosa. L’iscrizione è forse attribuibile al II/III secolo d.C.:”Dianae/Anthiochiae/COS.TI. (ConSuIis Tiberii)/ACTO. D. (ACr Or Dicavit/V.(Vovit)/F.F. (Fieri Fecit)”, che tradotta significa: “A Diana di Antiochia, un agente del Console Tiberio, adempiendo un voto, dedicò, fece erigere”. Collocata per lungo tempo all‘esterno della Chiesa, essa si trova adesso all‘interno della stessa, di fronte all‘ingresso laterale.

La chiesa presenta all’esterno la facciata a sera aperta e sostenuta dall’arco in pietra rossa per formare così I’abside e il presbiterio, nel quale è stato collocato, dopo il Concilio di Trento, l’altare in legno con pala ad olio. Nella pala è raffigurata in alto la Madonna, col Bambino e S. Anna, in basso al centro S. Giuseppe e S. Gioacchino. Ai lati appaiono S. Ermete e S. Agostino. S. Ermete è in veste senatoriale romana e tiene in una mano il bastone di comando e nell’altra la palma del martirio. Di fronte a lui S. Agostino, dottore e vescovo di Ippona che sostiene il modellino della chiesa nell’evidente gesto d’invito a S. Ermete di erigerla. Sulle pareti, ai lati dell’arco trionfale, si notano due affreschi, tornati alla luce nel 1883 poi restaurati in tempi recenti, scoperti per caso durante i lavori per la riparazione del soffitto. Quello a sinistra rappresenta la S.S.Trinità con S. Nicola e un altro vescovo con l’iscrizione: “Cristoforo della Bottega f.f. 15781”, certo un notabile di Calceranica, che probabilmente commissionò l’opera. L’altro affresco, a destra, offerto dal Conte Trapp, raffigura la Madonna del Rosario fra i Santi Rocco e Lorenzo, relativamente diacono e martire. Nulla però è rimasto dei dipinti che un tempo arricchivano le pareti e la volta della Chiesetta.

Quando si parla di Sant’Ermete non si parla di un semplice edificio, ma ci si riferisce ad un’opera unica, dal valore culturale e artistico straordinario, un simbolo per tutta la popolazione di Calceranica, che ha contribuito nei secoli a creare l’identità di cui oggi possiamo vantare.

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2 pensieri su “La chiesa di S.Ermete, storia di una comunità

  1. Bravo Mattia, tutto ben fatto anche se per ragioni di spazio necessariamente compresso. Vorrei però segnalare una imprecisione circa l’iscrizione latina della stele di Diana: quella riportata nel testo fa riferimento ad un personaggio romano di spicco (Tiberio, figlio adottivo di Augusto e primo imperatore) che nulla ha a che fare con la Valsugana e tanto meno con Calceranica. Come è noto, la scritta fu oggetto di “aggiustamenti” nel XVIII secolo proprio con lo scopo di valorizzare il reperto “inserendo” riferimenti prestigiosi. Già il Mommsen formulò evidenti perplessità al riguardo proponendo una interpretazione più logica e storicamente attendibile. Suggerirei pertanto una piccola modifica al testo.

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